Valentine

Not a red rose or a satin heart.

I give you an onion.
It is a moon wrapped in brown paper.
It promises light
like the careful undressing of love.

Here.
It will blind you with tears
like a lover.
It will make your reflection
a wobbling photo of grief.

I am trying to be truthful.

Not a cute card or a kissogram.

I give you an onion.
Its fierce kiss will stay on your lips,
possessive and faithful
as we are,
for as long as we are.

Take it.
Its platinum loops shrink to a wedding-ring,
if you like.

Lethal.
Its scent will cling to your fingers,
cling to your knife.

Questa poesia va contro le icone classiche dell’amore. Cerca di modernizzare i simboli, ormai melensi, che usiamo quando ne parliamo.
Invece di una rosa rossa o di un cuore di raso, ti farò dono di una cipolla. Una cipolla non ha nulla di romantico, anzi, è poco lusinghiera, non ha un buon odora ed è acida. Carol Ann Duffy cerca di spiegare i modi in cui una cipolla può rappresentare l’amore meglio di qualsiasi futile regalo che viene donato a San Valentino, perché ne rappresenta la natura reale.
La buccia marrone è la carta da regalo in cui viene incartata; sotto questa buccia si nasconde una luna che promette luce (la luce dell’amore). La tonda luna bianca e pallida si trova sotto quello strato marrone, e sappiamo bene che quando riusciremo a toglierlo tutto ciò che vedremo sarà la sua lucentezza. I vari strati della cipolla rappresentano la scoperta dell’amore, quindi la scoperta della personalità della persona amata. In una relazione si va per gradi, non accade mai tutto subito.
Ciò che mi piace di questa poesia è che alterna gli aspetti “tristi” agli aspetti “felici” di una relazione, non facendoci mai davvero comprendere se questo regalo sia piacevole o meno. Ma forse è proprio questa la vera natura dell’amore: un misto di emozioni, come le montagne russe. Non è tutto rosa e fiori, proprio come una cipolla, ci farà piangere. Bisogna sempre accettare la presenza di momenti tristi, perché questi ci fanno apprezzare ancora di più la bellezza dei momenti felici. Nella vita reale, una coppia passa anche per momenti di dolore, perciò il regalo più adatto ad una persona che amiamo deve essere una cosa che simboleggi la realtà della relazione. I cuori ed i fiori non rivelano il lato vero dell’amore, sono dei falsi simboli; la cipolla è più veritiera.
Ti darò una cipolla perché il suo sapore rimarrà sulle tue labbra come un bacio appassionato e fedele. Il suo sapore salato non andrà via facilmente, esattamente come il ricordo di un bacio. Non si deve fingere, l’amore deve essere consumato quando c’è. Quando quel ricordo e quel sapore svaniranno dalle labbra, allora la relazione terminerà, perché non si deve fingere per portare avanti un qualcosa che non c’è più.
La cipolla è fatta di anelli e può diventare un anello nuziale, se l’altro lo vuole. Ma il matrimonio viene accostato a delle parole che esprimono negatività, come “letale”. Questo perché il sentimento deve essere vissuto solo quando lo si prova davvero. L’odore della cipolla rimarrà sulle dita dell’amato, ma anche sul suo coltello, associando l’idea del matrimonio ad una ferita.
La poesia in sé è una metafora su come le proprietà non esattamente romantiche di una cipolla possono adattarsi ad una relazione. Ogni verso mostra una fase diversa dell’amore: come inizia con tutte le migliori intenzioni e buoni sentimenti, e come finisce nella violenza e nella tristezza.

This is just to say

I have eaten
the plums
that were in
the icebox

and which
you were probably
saving
for breakfast

Forgive me
they were delicious
so sweet
and so cold.

Come può ciò che sembra una nota scritta di corsa e attaccata al frigorifero diventare una poesia così bella? Proprio per la sua semplicità disarmante. Sembra scritta quasi per caso, una nota di scuse lasciata lì per una persona che si ama. In realtà, anche se si tratta di una delle poesie più apprezzate del XX secolo, i critici e gli studiosi non sono riusciti a trovarle un significato che appaghi tutti quanti, perché ognuno ci ritrova un pezzo di sé. C’è chi va oltre e cerca il significato più profondo, attribuendogli la rappresentazione di una qualche passione sessuale mai rivelata, o addirittura Adamo ed Eva colpevoli di aver mangiato il frutto della passione. C’è anche chi pensa che questa poesia non abbia proprio alcun significato. Io invece seguo il mio istinto, le sensazioni che mi provoca, ciò che mi smuove dentro ogni volta che la leggo: la tristezza della fine di un amore. William Carlos Williams sa che rubare le prugne che qualcuno aveva intenzione di mangiare a colazione è sbagliato, proprio come sa che continuare ad avere speranza e tentare di far riaccendere la fiamma di un amore che ormai si è spenta è sbagliato; le sensazioni con il tempo sbiadiscono e noi cerchiamo invano di dargli nuovo colore. Sa che non dovrebbe “mangiare quelle prugne”, eppure lo fa lo stesso e questo all’inizio lo fa stare bene, perché pensa di essere riuscito a riaccendere ciò che si era spento ( they were delicious/ so sweet ), ma alla fine si deve arrendere all’evidenza che quell’amore non c’è più e, proprio come delle prugne fredde, questa consapevolezza ci lascia inevitabilmente con l’amaro in bocca ( and so cold ). L’ultimo verso è la parte che mi commuove sempre e risveglia in me quel senso di cose perse che non torneranno più e che ci lascia con un ricordo agrodolce.

Angel-A

“It’s hard to love yourself when nobody reflects that”. 

La trama è molto semplice, quasi lineare: André decide di farla finita, perché non riesce più a pagare i suoi debiti alla malavita parigina. Ha deciso di buttarsi da un ponte sulla Senna, ma proprio mentre sta per farlo, si gira e vede una bellissima ragazza che si butta giù, così decide di salvarla. Angela, in cambio, decide di diventare il suo angelo custode e di aiutarlo ad estinguere tutti i suoi debiti. Insieme passeranno una delle notti più indimenticabili ed intense della loro vita. Con un finale emozionante e magnifico.

André: Who’d be dead if I hadn’t saved you?
Angel-A: Who’d be dead if there wasn’t anyone to save?

Basta un tuffo da un ponte per innamorarsi, ma di chi? Questo è un film che ci insegna ad amare gli altri e noi stessi, soprattutto. Potrebbe essere descritto come una commedia romantica, ma è la cosa più lontana dai triti e ritriti film americani; potrebbe essere un film sugli angeli ma, a parte alcune piccole somiglianze, non è né Il cielo sopra Berlino né tantomeno La vita è meravigliosa; questo è un film sulla ripresa e sulla terapia: Angela aiuta André a trovare una ragione per amarsi e rispettarsi, gli insegna come parlare a se stesso e come parlare bene di sé anche agli altri. Ciò che affascina di più, però, è il forte impatto visivo del film. È girato in bianco e nero e così forte, come la differenza tra questi due colori, è anche la differenza fisica dei due protagonisti: Angela è alta, bionda, bellissima, con due gambe che sembrano non finire mai, mentre André è basso,bruttino ed ha un braccio offeso. Il tutto sullo sfondo di una Parigi bellissima, ma estremamente reale e crudele. Vediamo i famosi café, delle riprese da lasciare senza fiato della Torre Eiffel, Notre Dame e i famosissimi ponti, ma incontriamo anche le difficoltà di tutte quelle persone che non riescono a trovare il loro posto e che non seguono il tipico stereotipo francese.

Questo film è per tutti coloro che, almeno una volta nella vita, si sono sentiti come “stranieri” nella propria città.

KILL YOUR FRIENDS

“One thing you’ll learn when you’re in the business of selling utter shite to the Great British Public is that there’s really no bottom to where they’ll go. Shit food, shit TV, shit bands, shit films, shit houses. There is absolutely no fucking bottom with this stuff. The shittier you can make it – a bad photocopy of a bad photocopy of what was a shit idea in the first place – the more they’ll eat it up with a big fucking spoon, from dawn till dusk, from now until the end of time. It’s too good.”

Dopo aver letto The second coming mi aspettavo un altro libro ironico e dissacrante, invece mi sono ritrovata a leggere uno dei libri più cattivi, violenti, depravati, crudeli, misogini e… divertenti di sempre. Il giusto mix tra Irvine Welsh, Bret Easton Ellis e Frankie Boyle, insomma.

La storia gira intorno a Steven Stelfox. Come descriverlo? Subdolo è un buon inizio, ma non è abbastanza. Un misto tra Patrick Bateman e Renton. A differenza di Bateman, però, Stelfox non è sociopatico, né matto, è solo inverosimilmente cattivo. Ci sono dei punti in comune tra i due, come il denaro, i privilegi, gli eccessi, le prostitute e l’omicidio, ma se si scava a fondo, molto a fondo, si scopre che in realtà è capace di provare emozioni umane, è una persona vera con un’anima, solo che malvagia. I buoni propositi sono nascosti sotto strati e strati di rabbia, ambizione, avidità e lussuria. Un’altra differenza è che American Psycho è raccontato in maniera distaccata, cinica, a tratti difficile da seguire perché non crea empatia con il lettore, mentre Niven ti risucchia con le sue parole, coinvolge, fa uscire tutti quei pensieri che ci fanno dire “lo so che è sbagliato, ma…“. Portando fuori il nostro odio, Niven, ci porta a parteggiare con quello stronzo di Stelfox, anche solo per vedere se riuscirà mai ad uscire dalla merda fino al collo in cui si trova.

Ad essere rappresentati, però, non sono solo la sfrenata ambizione e l’egoismo, ma anche la faccia nascosta dell’industria discografica, il suo lato spietato, quello che nessuno conosce, ma che Niven descrive con estrema autorevolezza (avendone fatto parte per molti anni). In questo mondo l’apparenza è tutto e nessuno sa davvero cosa sta facendo. Gli anni sono quelli dell’apice del britpop in Inghilterra, dove Paranoid Android OK Computer vengono definiti “un suicidio artistico”, finché lo stesso Stelfox non si ritroverà sotto il palco a Glastonbury mentre Thom York sta cantando “rain down on me” e capisce che la band sarà una delle colonne portanti della musica inglese e a consacrarla saranno proprio quel brano e quel disco.

Tutto ciò simboleggia la precarietà del lavoro e della vita di Stelfox; sempre in bilico tra successo e fallimento, debiti con gli spacciatori, le puttane e l’impresa edile, una spirale fuori controllo. Manipolare, rubare e ingannare chiunque gli sta attorno, fare di tutto per avanzare di carriera e sfornare una hit che lo tiri fuori dalla merda. Quando è in up frequenta feste, si fa di quantità industriali di cocaina, distrugge ristoranti e va a prostitute. Quando è in down passa il tempo a piangere e a masturbarsi. Si sente il bisogno di una buona doccia dopo aver passato del tempo con lui, ma cazzo se è di buona compagnia.

Consiglierei questo libro? Non lo so mica, è difficile consigliare ai propri amici un libro che si chiama “uccidi i tuoi amici”. Cosa penserebbero di me? Che mi identifico con Stelfox e voglio farli tutti fuori? Ma soprattutto, riuscirebbero a capirlo?

Ithaka – K.P. Kavafis

As you set out for Ithaka
hope the voyage is a long one,
full of adventure, full of discovery.
Laistrygonians and Cyclops,
angry Poseidon—don’t be afraid of them:
you’ll never find things like that on your way
as long as you keep your thoughts raised high,
as long as a rare excitement
stirs your spirit and your body.
Laistrygonians and Cyclops,
wild Poseidon—you won’t encounter them
unless you bring them along inside your soul,
unless your soul sets them up in front of you.

Hope the voyage is a long one.
May there be many a summer morning when,
with what pleasure, what joy,
you come into harbors seen for the first time;
may you stop at Phoenician trading stations
to buy fine things,
mother of pearl and coral, amber and ebony,
sensual perfume of every kind—
as many sensual perfumes as you can;
and may you visit many Egyptian cities
to gather stores of knowledge from their scholars.

Keep Ithaka always in your mind.
Arriving there is what you are destined for.
But do not hurry the journey at all.
Better if it lasts for years,
so you are old by the time you reach the island,
wealthy with all you have gained on the way,
not expecting Ithaka to make you rich.

Ithaka gave you the marvelous journey.
Without her you would not have set out.
She has nothing left to give you now.

And if you find her poor, Ithaka won’t have fooled you.
Wise as you will have become, so full of experience,
you will have understood by then what these Ithakas mean.

Il viaggio come metafora della nostra vita.

La meta è ciò che ci spinge a partire, ma ciò che conta realmente è il viaggio. Itaca rappresenta sia la nostra ultima meta, la nostra fine, che il viaggio che ci porta ad essa, la nostra intera vita. I due volte della stessa medaglia; uno non può esistere senza l’altro. Il nostro viaggio inizia quando nasciamo, ma non dobbiamo avere fretta di arrivare, dobbiamo approfittare di tutto ciò che troviamo lungo la strada; quello ci renderà ciò che siamo quando, alla fine, raggiungeremo il punto in cui potremo fermarci a guardare indietro ed apprezzare tutto quello che siamo stati. Il senso della nostra Itaca è quello di fungere da stimolo per il viaggio. La fine, inevitabilmente, ci deluderà, ma non importa. Ciò che conta realmente è quello che abbiamo visto, quello che abbiamo appreso e chi abbiamo conosciuto lungo la strada. Qual è il senso della vita, se non la vita stessa?

Che tu sia per me il coltello

“Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.

Allo stesso modo, questo libro di David Grossman si è fatto strada dentro di me. Proprio come un coltello, prepotentemente, facendomi male. È un viaggio dentro noi stessi, un viaggio che fa male, ma allo stesso tempo ci permette di capire molte cose. Sembra quasi che Yair e Myriam, i due protagonisti, facciano parte di ogni esser umano e che rappresentino, per alcuni versi, l’essenza stessa dell’amore: la più completa e sincera onestà con l’altro, senza alcuna sovrastruttura. Lo stile narrativo lento avvolge in una stretta morbida ma insidiosa, che lascia con un dolore al petto. L’amore viene trasformato in parole e queste sono proprio le vere protagoniste del libro; quei segni sulla carta che i due amanti tanto aspettano e che sono il loro unico modo di conoscersi, parlare, immaginari, sentirsi, amarsi. “Ho bisogno di un compagno reale per il mio viaggio immaginario”, è questo ciò che spinge Yair ad una corrispondenza quasi ossessiva. Desidera svelarle ogni dettaglio della sua vita, ogni suo desiderio, ogni pensiero, riesumare per lei ricordi che aveva buttato in un angolo della sua mente, forse anche per capirsi meglio. Vuole che lei sia il coltello con il quale aprire una profonda ferita nella sua pelle e scavare dentro di sé, per far fuoriuscire tutta la consuetudine che si era accumulata in lui negli ultimi anni. Ma alla fine Yair è un uomo codardo. Myriam è una donna provata dalle difficoltà della vita ed è diventata grande molto presto. Le piace prendersi cura della mente di un uomo che le confessa tutta la sua vita. Ciò che si viene a creare è una non-realtà, un posto che non esiste, ma questo è l’unico posto dove la loro relazione può essere, nel senso più profondo del termine. Una dimensione che si crea dalla fusione delle loro anime. La storia finisce come inizia: con la pioggia, minacciosa, e Yair e Myriam che si parlano, parlando con loro stessi. Poi più nulla.

Non è un libro facile, non è nemmeno un libro per tutti, ma io lo consiglio comunque, perché è un’esperienza unica. In ogni pagina mi sono sentita sfogliata.

American Beauty

I guess I could be pretty pissed off about what happened to me… but it’s hard to stay mad, when there’s so much beauty in the world. Sometimes I feel like I’m seeing it all at once, and it’s too much, my heart fills up like a balloon that’s about to burst… And then I remember to relax, and stop trying to hold on to it, and then it flows through me like rain and I can’t feel anything but gratitude for every single moment of my stupid little life… You have no idea what I’m talking about, I’m sure. But don’t worry… you will someday.

Questo è il monologo finale di Lester Burnham (Kevin Spacey), e American Beauty è il mio film preferito. È un capolavoro che si insinua dentro di te, afferra il tuo cuore e lì rimane, per sempre.

La vita inizia e finisce per il 42enne Lester Burnham. ‘Fra meno di un anno sarò morto. Naturalmente io questo ancora non lo so. E in un certo senso, sono già morto’. Da questa frase può sembrare uno dei soliti film sulla tipica famiglia disfunzionale americana, ma è molto di più. Ogni strato che leviamo, ogni velo che spostiamo, ci fa scoprire quanto sia complesso e unico nel suo genere. Il ritmo cresce sempre di più, come una vena che pulsa nella nostra testa prima di un infarto. Niente è come sembra; nessuno è come realmente appare; tutti fingono di essere ciò che non sono; chi si è viene nascosto dietro una maschera. I segreti fioriscono insieme alle rose dei cespugli.

Lester è un uomo annoiato che riscopre la vita; una seconda giovinezza donatagli dalla compagna di classe sexy di sua figlia, che fa saltare tutti i suoi schemi e tutte le sue inibizioni sprigionando dal petto petali di rosa, simbolo di freschezza e passione. Riscopre così le sue fantasie sessuali, molla il lavoro, inizia a fumare erba, va in palestra e ascolta i Pink Floyd. Sua moglie è una stronza, sessualmente frustrata che inizia una relazione clandestina con il suo rivale in affari. Si nasconde dietro l’apparente perfezione della sua famiglia, del suo lavoro e, nuovamente, delle sue rose. Sua figlia è la tipica adolescente incompresa che vuole fuggire di casa con lo strano e affascinante figlio dei vicini, che riprende tutto con la sua videocamera e spaccia marijuana. Il vicino iper-conservatore che nasconde le proprie insicurezze e le proprie fobie dietro una maschera da sergente di ferro, mentre sua moglie è sull’orlo della depressione e lui nemmeno se ne accorge. Un ricco e privilegiato sobborgo pieno di persone disturbate che riescono a distruggere un’intera vita attraverso atti di puro egoismo. Tutto viene raccontano con una vena ironica che crea situazioni da commedia nera. È una forte critica ai finti valori della società medio-borghese americana, ma non scade mai nel ridicolo. I personaggi sono quasi come dissezionati e risultano estremamente umani anche attraverso le loro manie e le loro ossessione. È un film che ti rimane dentro e che ti fa proprio pensare ‘ a volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla…’